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Giampiero Ventura

In evidenza Giampiero Ventura
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da IL FOGLIO QUOTIDIANO di Beppe di Corrado

Con il Bari fa frullare la serie A ma devono temerlo soprattutto quelli che gli ricordano che è “il decano”

La voce di Ventura. Bassa e sicura. Tranquilla. E’ l’unico che usa questa frase: “Far frullare la palla”. C’è lui in quattro parole. Gioco, divertimento, giovani, calcio. Poi quel modo di porsi. Dopo ogni partita, con il colletto della camicia un po’ aperto anche d’inverno: Giampiero parla come tra amici. Rigore? Sì c’era. E il gol annullato? Era buono. “Abbiamo qualche punto in meno di quelli che ci siamo meritati”. Sincero senza essere aggressivo. Deciso senza essere insolente. Qualcuno dice che sia permaloso. Un altro dice che sia nervoso. Qui non si vede, non ora. Ora è il massimo di una carriera che l’ha soddisfatto fino a un certo punto e che adesso si schiude di nuovo al sole di Bari. Perché c’è il mare, forse. L’ha detto: “Il mare è silenzio, riflessione, gioia, a volte angoscia, romanticismo, energia. E’ tutto”. Lui sta bene ovunque, però se vai a vedere il giro che ha fatto scopri che un attracco ci dev’essere: Cagliari, Lecce, Napoli, Genova. Pisa, pure, che ha il mare anche se lo raggiunge attraverso il fiume. E’ lì che ha ricominciato, allargando due ali il più possibile, forzando numeri e concetti che in Italia sembrano dogmi immodificabili: “Sì facevo il 4-2-4, anche se nessuno voleva crederci e allora lo chiamavano comunque 4-4-2, per sentirsi più sicuri. E’ uguale per me. Conta solo una cosa: far frullare la palla”.

Ancora, di nuovo, sempre. Gira, gira, gira, poi indietro per andare avanti, una finta, uno scambio, tiro, gol. Facile, semplice, bellissimo. Se il calcio è un gioco di squadra, Ventura cancella i singoli senza divorarli in uno schema. E’ l’idea che funziona, non una traccia segnata su una lavagna e ripetuta in campo. E’ il principio: due tocchi a testa, qualcuno di più se hai tecnica, poi tutti insieme, larghi, stretti, alti, bassi. Allora prende i punti e i complimenti di tutti: come se fosse una novità, come se fosse un ragazzino, come se prima il calcio non l’avesse mai conosciuto. Invece questo è un già visto: Cagliari e pure Lecce, Giampiero era identico, anche se non aveva ancora allargato l’orizzonte sulle fasce fino all’eccesso. Diverso il modulo, stessa idea: frullare, ecco. Sono passati gli anni, non lo spirito. Giampiero è rimasto nel pallone senza che nessuno sembrasse accorgersene. Hanno aspettato quest’anno, il caso, l’incrocio bizzarro con Antonio Conte che aveva copiato il suo modo di giocare e per molti era diventato lui il profeta del 4-2-4. Poi lui ha mollato e il Bari s’è andato a prendere l’ispiratore. Era in America in vacanza, convinto di doversi fare un altro anno di B: aveva chiuso un accordo con la Triestina.

Al ritorno s’è ritrovato in A, s’è rivisto se stesso, s’è rimesso in cammino. Uno a uno a San Siro contro l’Inter, sbagliando il gol della vittoria all’ultimo secondo. Ecco Ventura, dimenticato eppure presente. Poi di nuovo al Meazza, contro il Milan, asfaltato nel gioco e nella personalità, graziato per imprecisione di un gruppo di giovani ragazzi che non avevano mai visto la serie A o quasi. Il pallone che scorda in fretta ha riaperto gli occhi e s’è messo a raccontarlo. “E’ di Genova, capisce di calcio e di sport. Famiglia operaia, la sua Genova (Cornigliano) è tristezza e sacrifici. Cresce, raccontano i suoi biografi, nella luce grigia dell’Italsider, le ciminiere artigliate al cielo, le file degli operai in attesa del turno serale. Lui dirà: ‘Il silenzio della gente che entrava in fabbrica era tremendo’. Giampiero è serio e forte, gli piace il pallone e studia da ragioniere. Gioca anche al calcio senza molta fortuna. E’ sampdoriano, fa qualcosa nelle giovanili blucerchiate. Racconta i suoi giovani anni: ‘Eravamo molti amici e sognavamo il lontano, l’avventura. Eravamo gente dura e incazzosa con poche lire in tasca, quando circolava un biglietto da mille passavamo le ore a pensare come godercelo sino in fondo. Il lontano era il fuori dal grigio’.

Gli piace l’attività fisica, si iscrive all’Isef. Frequenta le lezioni e gioca. Lavora nelle palestre. Si diploma, lo prendono come insegnante alle medie superiori di Genova. Nel 1975 smette con il calcio (una fastidiosa ernia) e va in panchina (dilettanti). Allena anche il giocatore Luciano Spalletti. Si sposa con Rosangela. Ha una figlia, Roberta. Resta nella scuola 20 anni, arriva in serie A a 50 con il Cagliari (1998-99). Ventura entra nell’avventura e si sposta lontano lontano. Cento di Ferrara, Venezia, Udine, le isole. Diciotto squadre. Lavora anche con Zamparini e Cellino. E’ un uomo buono, non un buon uomo. Comunque, intelligente, colto e ironico. Ironia e umorismo genovese. Aria sorniona, ma brillante. Insomma, per capirci, un po’ Villaggio, qualcosa di Grillo, una spruzzatina di Crozza. Il calcio è importante, ma non tutta la sua vita. Poteva arrivare prima, in A. Pazienza. E’ arrivato lo stesso, con il suo sorriso e la sua vociona tranquilla. E ha portato pensieri e buone idee. Giampiero ha anche altri interessi. Il golf, il cinema, la musica. E’, non si direbbe, un sentimentalone. La canzone preferita è Emozioni di Lucio Battisti. Il cantante (e molto di più) è Fabrizio De Andrè. L’attore Sean Connery. L’attrice Susan Sarandon. Quanta bella gente, belìn. E quanto è bello e bravo il suo giovane Bari”.

Lo guardano, lo ammirano, lo studiano: due ragazzini in difesa. Lui dice che sono il futuro del pallone italiano: Ranocchia e Bonucci. Li ha consigliati a Marcello Lippi che probabilmente declinerà, perché c’è chi crede ai giovani e chi no, e Ventura è più spregiudicato del commissario tecnico. Forse perché ha meno da perdere, forse perché è così di natura. Con una carta di identità più sgualcita degli altri, è più giovanile di molti. Guida auto sportive. Aveva appena comprato una Audi A5 e uscendo dallo stadio di Bari in un pomeriggio qualunque l’hanno preso in pieno sfasciandogliela tutta. Colpo del destino: è arrivata una macchina nuova e il Bari ha cominciato a giocare come fa oggi. Come vuole lui, con quella cose del “frullare”: due tocchi a testa, qualcuno di più se hai tecnica, poi tutti insieme, larghi, stretti, alti, bassi, appunto. Gode la squadra, gode la città, gode il calcio. Gode anche lui, che usa spesso parole così. Come quella cosa della libidine che ripete spesso declinata ogni volta diversamente: alleno per libidine, il calcio è libidine, la vita è libidine. Si prende sul serio fino a un certo punto, sapendo che questo gioco pallonaro è così instabile che può cambiare tutto in un secondo. A lui è successo quando ha scelto la Sampdoria per scegliere se stesso.

Poteva andare in una grande squadra: c’erano stati abbocchi con Juventus e Fiorentina. Si prese Genova per seguire un’ideale nobile e sinceramente passionale: il tifo, il cuore, la fede. La Samp era in B, lui voleva essere il genovese doriano che la riportava in A. Un punto, maledetto. Uno solo. La promozione vista e annusata, il trionfo toccato e sfuggito all’ultimo. Giampiero dice che quello fu un errore: “Quella scelta ha frantumato la mia carriera”. La rifarebbe tornando indietro. Non la rifarebbe guardando avanti. Come altre. Perché Ventura è certo di aver commesso altri errori, di non aver sfruttato le occasioni, di non aver capito alcune cose che oggi invece ha perfettamente chiare: “Pensavo che dovessi solo lavorare. Mi invitavano in tv e non andavo. Non frequentavo il salotto del pallone e questo è stato un errore. Non lo dico polemicamente, è stata colpa mia. Pensavo solo a far frullare la palla, ma sbagliavo. Perché è importante, ma poi ci vuole qualcuno che lo dica. Non frequentavo i salotti. Tanto è vero che ho avuto più pubblicità in questi quattro mesi che in vent’anni di carriera. Eppure ho lanciato tanti giocatori e ho fatto guadagnare miliardi ai miei presidenti. Oggi mi sento più disincantato rispetto ad altri miei colleghi. Se mi invitano da qualche parte, ci vado. Solo che non cerco le polemiche, provo a starne lontano. Perché magari ti fanno diventare personaggio, ma non ti fanno vincere”.

E lui vuole vincere il più possibile: vede i quaranta punti della salvezza, poi chissà. Perché questo fa parte del suo modo di essere: tranquillo, sereno e mai ipocrita. Non sopporta chi piange o chi si nasconde. Allora semplice semplice: prima si salverà, poi cercherà altro. A 61 anni non si può perdere tempo. Giampiero toglierebbe l’età. La storia dell’allenatore più anziano della serie A comincia a dargli fastidio. “Io non ci penso mai, ma fanno di tutto per ricordarmelo ogni volta. Non c’è giornale che accanto alla mia foto non scrivano ‘il nonno del campionato’: è di una scorrettezza mostruosa, comincerò ad avvertire il mio avvocato, anche perché avendo questo fisico incredibile, è un peccato far sapere a tutti che sono il più vecchio della A. Non riesco a calarmi nel ruolo che è stato di Liedholm, Boskov e Mazzone. Guardate i miei addominali, valutate il mio entusiasmo da bambino. E sappiate che, durante la pausa in ritiro, sono andato a fare rafting a Vipiteno. Posso mai essere un decano?”. Se avesse potuto scrivere un biglietto di invito al suo nuovo esordio in serie A avrebbe scelto il dottore Cantagalli, all’epoca medico della sua Pistoiese. Gli scrisse su un foglietto: “Giampiero, tu sei destinato a stupire…”. Ci prese all’epoca, ci prende adesso, con una pausa in mezzo che adesso qualcuno non si spiega e che invece lui continua a identificare con l’effetto domino post Genova.

E’ finita quell’era. Ne è cominciata un’altra, simile a quella di Cagliari. All’epoca parlava così: “A me nessuno ha regalato niente. Ho fatto la mia gavetta, ho lavorato, sono stato bene in molti posti e però credo che qui abbia trovato il mio ambiente perfetto. Ho prolungato perché sto benissimo”. Vedi che assomiglia? Sembra sentirlo ora. Felice, tranquillo, ironico. Bari è il suo mondo. Ventura è abbronzato anche ora che si gela. Questione di approccio alla vita e al lavoro. Gli altri fanno i fenomeni, i difficili, i complicati. Intellettuali della panchina. Lui è semplicemente normale. “Il pallone mi ha dato la possibilità di prendere aria buona”. La sera a casa guarda calcio, ovvio. Guarda il resto. Guardiola, per esempio. Vuole divertirsi sempre. Con le sue squadre, con le altre: “Mi faceva impazzire vedere le partite del Barcellona di Cruyff. Era divertente anche la Roma di Spalletti, il Genoa di Gasperini dell’anno scorso. C’è qualcuno che diverte, ma non sono in tanti. Sacchi? Lui è una pagina di storia. Tutti parlavano di come giocava. Ma per me non conta quello, il suo grande merito è quello di aver fatto giocare i campioni in quel modo. Il 90 per cento delle squadre che hanno campioni non giocano bene. Chi riesce a fare un grande calcio organizzato con i campioni domina il mondo.

Allora gli hanno chiesto: se qualcuno riuscisse a far giocare bene il Real sarebbe un mago? “No, non un mago. Sarebbe un allenatore che ha scritto un’altra pagina di storia. Anche l’Inter è formata da grandissimi giocatori e vince. Vince perché Mourinho è bravo nella gestione dei calciatori e ha grandi calciatori. Però l’Inter non domina il mondo”. C’è un allenatore che lei considerava bravissimo e che è stato sottovalutato? “Sì che c’è”. E chi è? “Ventura… Sto scherzando. No, sinceramente non lo so. Sicuramente ci sono, ma chiunque potrebbe dire di essersi sentito sottovalutato. Io dico sempre che gli allenatori si dividono in due categorie: quelli che hanno delle idee e quelli che non le hanno”. L’idea di Ventura qual è? “Solo divertendosi si può divertire. L’abbiamo fatto: venti-venticinque passaggi di fila senza far toccare il pallone all’avversario e fare gol. L’azione perfetta”. Cioè la libidine. Cioè la goduria. Cioè vedere un esordiente in serie A di 21 anni uscire palla al piede dalla sua area a San Siro come se fosse Baresi il giorno prima di ritirarsi. Cioè vedere uno che stava per finire nella squadra che oggi è ultima in B, saltare Zanetti oppure Gattuso, Ambrosini, Nesta e arrivare da solo davanti al portiere. Poi sbaglia, ok. E’ anche questo il bello: perché il Bari non sarà mai il Milan o l’Inter, anche se adesso può giocare per batterle. Non sarà un’avventura. Non può più esserlo, con uno così, che solo per sbaglio ha 61 anni. Ha smesso di pensare che non si debba parlare più di giocare.

Gioca e poi parla. L’importante è dire qualcosa che faccia sentire se stessi. Allora lui è stato Ventura ogni volta fino a oggi e più di tutte a Genova, contro la Samp. Aveva vinto, praticamente. Rigore per il Bari sbagliato al novantunesimo. Poi gol annullato al novantaduesimo. No, un punto invece che tre. L’arbitro, l’errore evidente, la beffa, la truffa. Giampiero al microfono. “Questa partita l’abbiamo vinta comunque. Se ci penso dico che forse è meglio così, perché staremmo in una posizione incredibile per le nostre possibilità. Poi ci ripenso e dico il contrario. Questi punti erano nostri. Ce li eravamo meritati”. Buonista un accidenti. E però sereno, senza polemica e senza livore. La giustizia sportiva non esiste per definizione. Ricordarlo è un diritto, però. Giampiero Ventura lo sa e lo fa adesso, però alla fine se ne fotte. Com’è quella storia? Sì sempre quella: far frullare la palla. Gira, gira, gira, l’idea: tieni il pallone tra i piedi, giocalo come si deve e vai a fare gol, con chiunque. Grandi e piccole. Il calcio è questo, al centro e in provincia. Al freddo o al caldo. Al mare, magari. Con un campo e una panchina.

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